A cura di Salvatore Cardone

Era una bambina che aveva poco più di tre anni quando, il 4 luglio 1986, il padre Luigi Staiano fu assassinato dai suoi estorsori ai quali si era ribellato. Ora Fabiola è una donna di 35 anni, ma quella tragedia familiare della sua infanzia ha lasciato un ricordo lucido e indelebile nella sua mente. «Mia madre Angela Villani (compianta professoressa di Torre Annunziata, ndr) non mi rivelò subito la verità - ci racconta - perché voleva tutelarmi da un trauma che avrei potuto subire, dicendomi che mio padre si era allontanato per motivi di lavoro». Purtroppo la verità la conobbe mesi dopo, apprendendo i particolari di quell’omicidio mentre era all'asilo. «Alcune maestre commentavano il fatto, senza rendersi conto che le stavo ascoltando, e che capivo tutto, essendo una bimba sveglia e intelligente - continua Fabiola -. Ritornai sconvolta e piangente a casa, mia madre mi abbracciò commossa ma si adirò a tal punto da togliermi da quella scuola!».

Fabiola ci rivela che solo per un caso fortuito lei e la madre non furono vittime di quei due criminali giunti in sella ad una moto. «Stavamo andando al cantiere di via Caravelli, dove mio padre lavorava come imprenditore edile, per riferirgli la lieta notizia che mamma aveva vinto un dottorato all’università. Incontrammo lungo il cammino mio nonno Mario che ci invitò a prendere un gelato in via Alfani. Quel suo gesto gentile ci salvò la vita perché, facendoci tardare, non fummo coinvolte nella sparatoria». Oltre a Luigi, che morì all’istante, fu gambizzato anche il capomastro Ciro Capone. «Mio padre fu ammazzato con diversi colpi di pistola alla testa, quindi l’intento non era quello di intimorirlo ma di ucciderlo, perché aveva denunciato i suoi estorsori dopo lo scoppio di due bombe nel cantiere».

Fabiola ha superato quel dramma lentamente negli anni, solo grazie all’amore della mamma e delle nonne Clara e Anna. Ha frequentato le elementari da Madre Remigia, le medie alla Pascoli e le superiori al liceo psicopedagogico delle suore Mazzarello. Si è iscritta a Giurisprudenza ma, dopo alcuni esami, ha rinunciato alla laurea. «Mi piaceva viaggiare, e poi il mio amore era la danza. Ho frequentato l’accademia per imparare a ballare, ho conseguito un master e mi sono diplomata con Aurora Fogliamanzillo. Poi mia madre si è ammalata e la sua scomparsa (avvenuta nell'aprile 2017, ndr) mi ha dato un altro grande dolore».

Ma l’amicizia con il magistrato Michele Del Gaudio le ha ridato nuova forza. «Mi ha fatto conoscere il giornalista e scrittore Raffaele Sardo de La Repubblica, che mi ha coinvolto nel suo progetto che descrive le storie di vittime della camorra. E così per un’intera estate ha registrato le mie conversazioni con lui e quella intervista è nel suo libro “La sedia vuota”, che verrà presentato questo pomeriggio alle ore 17.30 a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata. È un omaggio alla memoria di mio padre e mia madre, per ricordare non due eroi o martiri ma due persone piene di ideali e valori morali». Ora è lei che continua, con coraggio e passione, la battaglia per la legalità, e lo fa attraverso una toccante testimonianza racchiusa in quelle pagine che noi tutti dovremmo leggere.

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