A cura di Massimo Corcione*

Io c’ero e con me c’era almeno mezzo milione di cittadini che il sabato e la domenica, ma anche negli altri giorni della settimana, non si sono mai sentiti confinati nella serie B del divertimento. Qui, sotto il Vesuvio, da Portici a Castellammare, passando per le due Torri, il cinema era di casa; la scelta dei titoli di prima qualità, le poltrone accoglienti e comode, la corsa (e la concorrenza) inarrestabile. C’era spazio anche per un po’ di rivalità da campanile: in fondo a Torre Annunziata era nata la famiglia de Laurentiis, Dino era il primo produttore del cinema italiano, quasi scontato dirottare qualche anteprima assoluta, preceduta da un gelato consumato ai Giardinetti del Lido Azzurro.

Ricordo Totò, stella assoluta di una serata al Lido notte club. Poi una biga utilizzata per una pellicola ambientata nell’antica Roma che per anni è stata la memoria di quegli anni rievocati in racconti arricchiti dalla fantasia dei narratori di turno. Qualche estate fa, ascoltai un ricordo d’autore: nei panni del testimone d’eccezione Sandro Manzo, figlio del mitico don Luigino, inventore della Marina del Sole, la spiaggia vissuta dal primo mattino all’alba successiva. Fu l’ultima volta che mi capitò di incrociarlo, ci lasciammo con una promessa mai onorata: avremmo dovuto incrociarci a New York e poi finalmente a Torre. La pandemia ha fatto prima rinviare il progetto, poi la morte di Sandrino mi ha negato definitivamente il piacere dell’incontro.

Tornando alla stagione dalla quale siamo partiti, erano comunque scene da movida ultraveloce, senza peregrinazioni come si usa oggi. Stavamo pur sempre nella Provincia addormentata cantata da Michele Prisco. I problemi erano tutti parcheggiati fuori delle sale: all’uscita, la serata era finita. Nessun ristorante, nessun locale nel quale far due chiacchiere; unici approdi sicuri i circoli. Ma, come in questo pezzo, il tempo verbale dominante era il passato, il ritornello era spesso lo stesso: nostalgia, nostalgia canaglia.

Io, emigrante per scelta consapevole, ho rinunciato alla modalità saudade, eppure la resa di Salvatore Casotti con il suo "Politeama" ha scatenato un ritorno a tempi lontani. Ricordo gli ultimi anni del liceo, la velocissima maratona dell’Università, i primi (rari) pomeriggi senza lavoro: ore trascorse in galleria anche da solo per vedere ogni cosa, dai B-movies di Banfi al raffinato cinema francese, ai film d’autore italiani. Ero conquistato dalla capacità di lavorare le immagini: ancora non potevo sapere che avrei trascorso trent’anni in tv, ma quell’educazione iniziale non l’ho mai dimenticata, come alla mia formazione sono serviti i confronti tra le parole alte del maestro Valerio Caprara raccolte nei corridoi del Mattino con i giudizi popolari collezionati tra il primo e il secondo tempo al Politeama.

Costa fatica sapere che ripetere quelle esperienze sarà impossibile. Ma una cosa chiedo ai commissari che per un altro annetto governeranno la città: regalateci un sogno, impedite che l’ultimo locale destinato alle proiezioni possa trasformarsi in un megastore. Se proprio il cinema ha perso il diritto di cittadinanza, fate sopravvivere il palco. Lo spettacolo è vita, e noi abbiamo ancora il diritto a vivere.

*(già direttore SkySport e vice direttore TG5)