A cura di Felicio Izzo

La storia. La Grande Storia ci consegna racconti affascinanti. Anzi esemplari. Perché i protagonisti sono personaggi illustri: sovrani, artisti rivoluzionari, eroi leggendari. Le loro vicende sembrano valere per tutti gli altri.

  Uno dei più antichi narra di un condottiero, di un re, il termine imperatore, come quello di stupor mundi, non era stato ancora coniato. Un re giovane che, arrivato nel suo viaggio di conquista alla fine del mondo conosciuto, si ferma. Riconosce l’invincibile immensità del mare, la maestosità inviolabile delle montagne che conducono al cielo e torna indietro. Comprende che non può che fare ritorno a casa.

La Grande Storia ci dice che il re che aveva unito l’occidente e l’oriente muore di malaria. Ma la Grande Storia, talvolta, dissimula, mente. Lo fa per pudore, per decoro. Per restare “Grande”. La Verità degli uomini ci dice che Alessandro, questo il nome del re, muore di disperazione. Muore perché ha esaurito il suo sogno. Perché lo ha scoperto incapace di riempire intero un cuore. Il proprio. E allora vorrebbe ritornare lì da dove è partito. Alla sua terra di nascita. Al tempo dell’infanzia che non conosce, né pronostica, la disperazione. Quella che lo uccide a 33 anni. Lui, il conquistatore del mondo, annichilito dalla delusione di un sogno vissuto come una fine senza domani.

E poi c’è la storia degli uomini che ne affidano il racconto al ricordo dei familiari, degli amici, dei tanti che, anche senza una diretta conoscenza, hanno lo stesso sentire. Comuni in quel senso di umanità, cordiale e confidente, che fa di ogni giorno un sogno da sognare. E non perché si realizzi. Ma solo perché ne prepari un altro. E un altro ancora. E ancora.

Questa è la storia di Rosario Iannucci. Lui, il ragazzino cresciuto tra i vicoli di Torre Annunziata. Quelli dai basoli sempre umidi, troppo stretti quei budelli per assicurare lunghe ore di sole. Quelli dai muri scrostati, dalle mille tentazioni. Lui, il giovane appassionato di calcio dal soprannome che richiamava un numero, che evocava un secolo, che significava tante cose. Lui, l’uomo che segue la squadra del suo paese, ma senza farne una fede, perché il calcio, lo sport non sono una religione, ma un moto dell’anima. E non c’è guida più sicura, per l’anima, della bellezza, dell’amore, della generosità. Lui, il padre di famiglia che si inventa un progetto, L’A.I.CO.VI.S, associazione italiana contro la violenza negli stadi. Lui, l’operaio della città operaia, la “Manchester del Sud”, con gli studi interrotti troppo presto per necessità, ma che non ha mai smesso di imparare dalla vita e non per insegnare se non con il suo esempio, il suo entusiasmo.

Perché l’AICOVIS non è il suo sogno, né la sua missione. L’AICOVIS è semplicemente il suo modo di vedere le cose, il suo modo di vivere la vita, il suo stesso essere.

Anche il suo nome, Rosario, è un nome antico. Richiama la corona della regina dei fiori e quella dei grani a scandire il mormorio sommesso con la divinità. Non quello solenne del sovrano, Aléxandros, “colui che difende/salva l’uomo”, ma quello umile della bellezza e della preghiera. Due dimensioni umane che nel silenzio affollato del cuore trovano la loro naturale ragione, il principio di ogni salvezza.

  Il nome di un uomo vero, nella sua semplicità. Quello dell’operaio che vive in una palazzina che l’edilizia popolare degli anni ’60 ha collocato appena più in alto del mare, lì “sulle Montagnelle”, dove agli inizi del secolo scorso sorgeva un campo di calcio. Lì, dove dal balcone, si può vedere il porto dei pescatori, la parte antica della città, quella devastata dal terribile scoppio del 1946, una delle ricorrenti tragedie di questa città. La sua città. Di Rosario, ma anche la nostra.

Ecco! Questo è Rosario Iannucci: la sua terra e il calcio. Due piccole cose che in un’anima grande possono arrivare a coincidere con l’intero mondo, comprendere e illuminare il destino dell’Uomo. Di un uomo. Quello che anche il Pontefice ha voluto conoscere.

L’incontro con Papa Bergoglio, il Papa venuto “dalla fine del mondo”, tifoso del San Lorenzo – la squadra fondata ad Almagro, a quasi 12.000 chilometri di distanza, ma esattamente nel 1908 – non è un sogno. È solo un giorno importante. Forse il più importante. Ma sempre un giorno che ne prepara un altro. E un altro ancora. E ancora.

La successione infinita dei sogni. Questo è il vero sogno. Questa la “lezione” di Rosario.