Uno dei vantaggi della vecchiaia è avere il tempo per rielaborare quell’arsenale di memorie che hanno costituito l’esistenza di ognuno. Farlo con l’affetto e la docile pazienza che si devono a eventi, cose e persone è un modo per sentirsi un po’ più sereni. E il paradosso è che accade più facilmente in giorni di dolore, ma di dolore pensoso, come questo, all’annuncio della morte di Ciro Ciretta.
Allora quell’ordine che si andava ricomponendo si scompagina e la coscienza è invasa dalle immagini e dai ricordi di chi non c’è più. Di chi è stato parte di noi. Quanto grande? Quanto in quel momento ne contiene tutto il tempo vissuto. No, Ciro Cascina non è stata una presenza costante, assidua, nella mia vita, ma di certo viva e potente. Proprio per questo intensamente ne ho avvertito l’improvviso vuoto. Vuoto che in natura non esiste se non come possibilità di spazio da animare. Così di lui non sono emerse immagini che non fossero inondate di colore. Sì, Ciro Ciretta viveva nel colore come altri vivono nella fede, solo che in lui coincidevano.
Non lo considerava un semplice attributo delle cose, una qualità della materia o un accidente dello sguardo. Per lui il colore era una lingua, un codice, una forma di pensiero, il modo stesso in cui il mondo si lasciava abitare, percorrere e comprendere. Ogni tonalità era una sfumatura dell'anima, ogni rifrazione una possibilità di esistenza. Era la luce scomposta a offrirgli l'immagine più autentica della realtà, con la conquistata coscienza che niente è mai uno, tutto è molteplice, frammentato, un infinito ibrido cangiante per chi ha la sensibilità ad accoglierne la mutevolezza.
Come il prisma divide la luce nei suoi infiniti riverberi, così egli divideva ogni esperienza nelle sue contraddizioni, nei suoi eccessi, nelle sue impercettibili tenerezze. La luce che come l’acqua di proprio ha principalmente il non avere nulla - colore, forma, sapore, odore - eppure entrambe sanno essere tutto, il mezzo stesso che consente la vita. Sì! Il colore era il suo modo gioioso di apparire, la fragorosa epifania di un giullare sempre collocato su una soglia, una porta, l’esoterica ianua, discrimine e varco di mondi contrastanti, di opposte dimensioni.
Era sospeso tra volgarità ed eleganza, tra il gesto teatrale e la misura raffinata, tra il richiamo del vicolo e la nostalgia della riflessione inquieta. Poteva pronunciare una frase di straordinaria finezza e subito dopo accompagnarla con una risata sguaiata, capace di dissolvere ogni distanza, di avvicinare sino a farli coincidere quei mondi che solo su quella soglia assumevano valore di verità. In lui il popolare e il ricercato non si escludevano; convivevano come elementi di una stessa composizione, come colori complementari destinati a diventare altro da sé ma coincidenti col suo essere se stesso. E profondamente.
La sua raffinatezza lirica di poeta non era mai accademica, mai irrigidita dalla pretesa conformista della discrezione, dell’obbligo dell’armonia e della misura. Nasceva piuttosto da una sensibilità istintiva, da una conoscenza profonda dell'umano. Sapeva riconoscere la bellezza nelle stoffe delle vite consumate, nei profumi troppo intensi, nelle voci che salivano dai bassi o stagnanti nei silenzi delle stanze abbandonate e spoglie, nelle feste improvvisate come in quelle consacrate nella liturgia del rito dissacrante.
La sua voce era “un’anima diffusa”, il suono che formava le parole un trasporto dell’anima,. Possedeva l'arte di trasformare ogni dettaglio in rappresentazione, ogni incontro in racconto, ogni ferita in ornamento. Era vitale, ma di una vitalità che conteneva sempre l'ombra della sera. Nei suoi occhi – e che occhi! - convivevano l'energia del giorno e la malinconia del crepuscolo. La sua allegria non cancellava il dolore: lo attraversava. Come noi tutti attraversiamo la felicità, e senza mai saperlo; senza sentirla, pur portandocela addosso. In lui talvolta si riusciva persino a vederla. Ma come un rumore dietro un vetro di cristallo. Che può essere anche un suono, una musica, un ritornello, un grido d’aiuto, un urlo di gioia. Persino un ritornello, una filastrocca che nasce dal suo nome “Ciro, Ciretta. E mò addò ti metto?”.
Nel misticismo erotico dell’adolescenza che, in ognuno, segna per tutta la vita, si era formato all’etica del sentimento che fa del desiderio un progetto di felicità, della sacralità dei corpi una prassi d’amore e libertà. Dietro la teatralità dei gesti si intuiva una consapevolezza antica della precarietà, una familiarità con la perdita e con la lusinga disillusa. Per questo il suo sorriso sembrava spesso recare i segni di quella furbizia che anticipa, a disinnescarla, l’amarezza; illuminato da una luce obliqua, quella stessa che accompagna il tramonto quando il mondo appare più bello proprio perché destinato a scomparire.
E col mondo comunicava attraverso questa tensione continua tra opposti. Non cercava la sintesi, non aspirava alla pacificazione delle differenze. Era egli stesso differenza, mescolanza, transito. Orme e approdi. Tutto destinato a svanire e trasformarsi come le scie lasciate dalle imbarcazioni nel mare che si ricompone. Come la luce che muta colore attraversando l'aria, senza pace cambiava registro, tono e postura senza mai tradire la propria identità. La sua verità non stava nell'essere una cosa sola, ma nel custodire simultaneamente infinite possibilità del divenire. Mi sembra di sentirlo: “Non ho paura di morire. Ma tienimi la testa. Lo sguardo è negli occhi e dagli occhi un’ultima parola…” Gli direi :“Solo che ti voglio bene. Come te ne volevo sino a ieri. Come te ne vorrò da domani”.
FELICIO IZZO


