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Il silenzio di Cuccurullo e il destino sospeso di Torre Annunziata

Antonio Gagliardi 4 min di lettura · Aggiornato il
Il silenzio di Cuccurullo e il destino sospeso di Torre Annunziata

Dopo il comizio in piazza Giovanni XXIII e le dimissioni seguite alle parole del procuratore Fragliasso, il sindaco non parla più. Ma il vero interrogativo è politico: esiste ancora una maggioranza?

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Da una settimana Torre Annunziata vive sospesa. Sospesa tra le dimissioni del sindaco Corrado Cuccurullo, il rischio concreto di scioglimento del Consiglio comunale e un silenzio istituzionale che, giorno dopo giorno, pesa sempre di più sulla città.

Dopo il comizio in piazza Giovanni XXIII, organizzato all’indomani delle dimissioni provocate dall’intervento del procuratore capo Nunzio Fragliasso, il primo cittadino non ha più parlato. Nessuna dichiarazione pubblica, nessuna replica alle richieste provenienti da assessori, consiglieri comunali e pezzi della maggioranza che continuano incessantemente a chiedergli di ritirare le dimissioni.

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Eppure Cuccurullo era stato chiaro parlando con i giornalisti: senza elementi nuovi non sarebbe tornato sui suoi passi. Una frase che oggi assume il valore di una linea politica precisa. Perché nel frattempo, invece di arrivare elementi rassicuranti, il quadro si è ulteriormente aggravato.

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Le parole dell’Antimafia che pesano come macigni

A rendere ancora più pesante il clima politico sono state soprattutto le indiscrezioni seguite all’audizione del procuratore Fragliasso davanti alla Commissione parlamentare Antimafia.

Parole e valutazioni che hanno avuto un immediato riflesso politico. Il senatore di Fratelli d’Italia Salvo Sallemi, presidente del Comitato sulle infiltrazioni negli enti locali della Commissione Antimafia, ha parlato apertamente di “logiche e dinamiche sconcertanti”, chiedendo approfondimenti sugli “intrecci sistemici ed endemici tra politica e criminalità organizzata”.

Dichiarazioni forti, destinate inevitabilmente a pesare anche sulle valutazioni del Ministero dell’Interno e del Consiglio dei ministri. Ed è probabilmente proprio questo il nodo centrale della riflessione del sindaco dimissionario.

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Perché oggi il punto non è più soltanto se ritirare o meno le dimissioni. Il vero interrogativo è: avrebbe ancora senso politico farlo?

Il timore dello scioglimento

Cuccurullo ha sempre difeso l’operato della sua amministrazione. Ma il rischio di uno scioglimento anticipato del Consiglio comunale appare ora più concreto di qualche settimana fa.

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Ed è proprio questa eventualità che potrebbe spingere il sindaco a non ritirare le dimissioni. Tornare indietro significherebbe assumersi il rischio di restare in carica e subire eventualmente lo scioglimento del Comune per infiltrazioni o condizionamenti criminali. Una ferita politica e personale difficilmente cancellabile.

Lo stesso sindaco ha lasciato intendere che solo fatti nuovi potrebbero cambiare lo scenario: un chiarimento con la Procura - ipotesi al momento remota - oppure una decisione del Consiglio dei ministri orientata verso prescrizioni e correttivi anziché verso lo scioglimento.

Ma ammesso che fosse proprio quest’ultimo il fatto nuovo, Cuccurullo sarebbe davvero in grado di chiedere ai suoi sostenitori più fedeli di dare vita a una fase realmente nuova? Una nuova giunta, un nuovo presidente del Consiglio comunale, ma soprattutto la capacità di superare equilibri e dinamiche che da oltre vent’anni accompagnano la vita politica oplontina?

Tuttavia al di là di queste considerazioni, resta una zona grigia tutt’altro che marginale: cosa accadrebbe se alla scadenza dei venti giorni previsti dalla legge il governo non avesse ancora deciso?

È questo il vero rebus politico e istituzionale. Cuccurullo ritirerebbe le dimissioni pur senza conoscere il destino del Comune? Oppure sceglierebbe definitivamente di farsi da parte per evitare il rischio di essere travolto da una decisione successiva del Viminale?

Una maggioranza che forse non esiste più

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la tenuta politica della maggioranza. Perché anche nell’ipotesi di un ritiro delle dimissioni, il sindaco dovrebbe fare i conti con un equilibrio ormai fragilissimo.

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Le parole del segretario regionale del Partito democratico, Piero De Luca, hanno segnato un passaggio politico decisivo. Definire “conclusa” l’esperienza amministrativa di Cuccurullo significa mettere in discussione la sopravvivenza stessa della coalizione.

E allora la domanda diventa inevitabile: se il sindaco ritirasse le dimissioni, il Pd continuerebbe davvero a sostenerlo?

Senza i cinque consiglieri democratici la maggioranza si ridurrebbe drasticamente. Già oggi Cuccurullo può contare su numeri risicati, soprattutto dopo le prese di distanza di Più Europa e Popolari per la Pace (oltre di tre consiglieri di opposizione). Resterebbero appena otto consiglieri fedeli all’amministrazione, salvo l’eventualità che uno o più esponenti del Pd decidano di non allinearsi alle indicazioni degli organismi politici sovracomunali.

Troppo pochi per governare. E soprattutto incompatibili con la linea politica più volte ribadita dallo stesso sindaco, che ha sempre escluso l’ipotesi di sopravvivere grazie ai voti di pezzi dell’opposizione.

Il silenzio che racconta una scelta

Per questo il silenzio di questi giorni probabilmente non è semplice prudenza. È il segnale di una riflessione politica molto più profonda.

Cuccurullo sa che il problema non è più soltanto giudiziario o amministrativo. È diventato innanzitutto politico. Perché anche senza un eventuale scioglimento, l’esperienza amministrativa potrebbe essere arrivata comunque al capolinea.

E allora il vero tema delle prossime ore non sarà solo capire se il sindaco ritirerà o meno le dimissioni. Ma comprendere se esista ancora, davvero, una prospettiva politica per questa amministrazione e per una città che oggi appare stanca, sfiduciata e ancora una volta ostaggio dell’incertezza.

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